impatto mortale
Avevo salutato tutti, quando fui raggiunta da Rosaria:
- Anche se le cose sono cambiate fra di noi, non puoi farmi stare in pensiero con quel catorcio di macchina che ti ritrovi, tieni le chiavi della mia auto, è vecchiotta, ma va che è un piacere!-
Essendomi già rifiutata di dormire a casa sua, acconsentii e le sorrisi conciliante. Ero molto stanca e non avevo alcuna voglia di discutere alle due di notte. La serata, come avevo previsto, era stata un disastro, ma dovevo andare per Lui, per tutto quello che aveva rappresentato per me, fino a quel momento.
L’aria fresca del mattino era piacevole, ma nulla poteva contro quel cerchio alla testa che mi intontiva. Quella festa di compleanno si era protratta oltre ogni previsione e mi sentivo stranamente triste, come se quel mondo, che aveva lentamente sostituito quello delle mie radici, non mi appartenesse più. Pensai per un attimo ai miei genitori, ai miei fratelli, al mio lavoro, così intenso e ricco di relazioni, di amicizie, di affetti sinceri e non mi dispiacque, minimamente, allontanarmi da quel
falso diverticolo, che mi aveva fagocitato. La portiera della vecchia Renault si aprì senza alcuna difficoltà e mi accomodai pesantemente alla guida, dopo di aver lanciato sul sedile destro la borsa ed un pacchettino che mi aveva dato Alfonso. Avrei voluto già essere a letto. Partii di gran carriera ed al mercato ortofrutticolo di Pagani, girai a destra per S.Valentino. A quell’ora la strada non era affatto trafficata, a parte qualche camion, diretto al deposito per la sosta notturna. Mi sentivo lo stomaco in disordine, avevo fumato troppo. Quel giorno avevo lavorato fino a tardi e gli occhi mi si chiudevano per la stanchezza. Come Dio volle, raggiunsi via Zeccagnuolo, ancora poche centinaia di metri ed avrei raggiunto casa. Camminavo al centro della larga strada asfaltata e vedevo già le luci del mio paese, quando incrociai una grossa moto che sembrò venirmi addosso. Il raggio potente del faro mi abbagliò e cercai di sterzare sulla destra. Fu un attimo. Per la velocità eccessiva, persi il controllo della macchina e l’impatto fu inevitabile: l’auto prese in pieno il guardrail e fui scaraventata contro il metallo contorto, mentre la macchina continuò la sua corsa folle, schiantandosi contro il muro di cemento di un grosso deposito sulla sinistra. Continuavo a vedere le luci del mio paese, ma vedevo pure il mio povero corpo martoriato. Invano il custode accorse, con l’intento di soccorrermi, ma l’anima era già libera, con l’ultimo sussulto. E pensare che li a due passi vi era la mia famiglia, che bel regalo di compleanno avevo regalato a mia madre.
Rimasi delle ore lì per terra, ma nessuno si fermò. Alla fine, furono i carabinieri ad occuparsi, pietosamente, dei miei resti.
Seguii il mio corpo fino a Sarno dove, al pronto soccorso, mi accomodarono su di un tavolo, per il medico legale. Una giovane infermiera, quando si accorse del taglio sull’occhio destro e delle arterie del braccio, che colavano quel poco del sangue, che era ancora rimasto, svenne. Volevo andar via, ma ero ancora misteriosamente legata a quelle povere spoglie. Fu allora che sentii la voce dei miei fratelli e li vidi, nel corridoio poco illuminato, erano pallidi ed agitati. Mio padre era con loro, povero papà! Zoppicava ancora per l’intervento al ginocchio e sembrava più sofferente che mai. Pasquale piangeva come un bambino; era buono il mio Pasquale e mi voleva tanto bene. Fortunatamente mia madre non era con loro, non avrei sopportato il suo dolore. Cercai di chiamarli, di rassicurarli, ma non mi sentivano, né mi vedevano; come li avrei stretti con piacere tra le mie braccia! Speriamo che lassù si decidano in fretta! Pensai rapidamente, non mi piaceva attendere in quel posto squallido. Ma il peggio doveva ancora venire.
Sentii, poco dopo, il pianto disperato di Angela, ma non la fecero entrare ed andò via senza che la vedessi. Solo più tardi, si aprì la porta e la rividi mia sorellina, sempre disponibile ed ingenua come una bambina. Quanto dolore era sul suo viso. Aveva fatto l’impossibile per raggiungermi. Scoprì il mio povero involucro ed ebbe un brivido, ma si fece forza e mi ricompose con amore e dolore. Quante volte avevo pettinato i suoi capelli, ora era lei a rendermi presentabile per l’ultima scena. Fasciò la testa per nascondere il cranio sfondato ed il vuoto dell’occhio, lavò le mie membra dilaniate, nascondendo le ferite con ovatta e bende, poi, da non credere, mi mise l’abito da sposa, coprendomi con un candido velo. Avevo compreso. Lo aveva fatto, perché mia madre potesse guardarmi per l’ultima volta, senza inorridire. Ma quando mamma entrò, implorai Dio di portarmi via.
Nel pomeriggio, raggiunsi la casa di mio padre, passando per la piazzetta gremita di compaesani. Alcuni erano sbigottiti, altri silenziosi, ma i più curiosi facevano ipotisi sulle modalità del mio incidente. Certo, per gli habituès del Bar Rosa, sarei stata l’argomento principe per tutta la settimana. Ma le donne di via S. Maria delle Grazie correvano verso la casa di mio padre, per piangere con lui. Ero commossa. L’arrivo di Rosy e Sandra non mi distolse dal pensiero dei miei nipoti. Li consideravo un poco tutti figli miei e me li coccolavo come una seconda mamma. Entrai nella casa di Sandra e stavano tutti lì, più belli e vivaci che mai. La figlia di Rosy era già una signorina, ma tutti, perfino Giuseppe, sembravano più cresciuti. I miei gioielli, che dolore non poter più giocare con loro e viziarli un po’! Fui richiamata dalle urla di mia madre e corsi da lei, era già svenuta ed Angela cercava di rianimarla.
Mi avevano sistemata sul letto dei miei genitori, per la veglia funebre e per le visite di cordoglio di parenti e paesani, che vennero compatti a darmi l’estremo saluto. Rividi Rosaria e tutto il gruppo di amici, ma non provavo più alcuna emozione. Quante scelte sbagliate si fanno nella vita! Ma sono quelle che ci maturano e ci rendono consapevoli dei veri valori. Ad un tratto, scorsi tra la folla il volto di Nicola, il fidanzatino di tanti anni fa. Lo seguii. Entrò nella camera e guardò il mio corpo con l’abito da sposa, piangeva disperatamente. Fu l’unico a baciarmi la mano e, forse, era stato l’unico ad amarmi veramente. Venne il momento dei funerali e, mentre una folla immensa applaudiva la mia bara, una grande luce mi attrasse e volai verso la gloria del signore.
Franco Pastore