PRONTO, QUI è LA SCUOLA
Via
Cesare Battisti, una parallela di via Sorgenti, è un’audace salita, che porta ad
un gruppetto di palazzi, che si affacciano sullo splendido golfo di Salerno. In
cima, la strada si biforca e si immette nel lungo corridoio che costeggia
l’edificio della scuola elementare di “Nicola Abbagnano”, un plesso del Circolo
didattico “Gennaro Barra”, che raccoglie tutti i bambini provenienti da via
Vernieri, dal Sedile di Portanova e da via Mercanti.
La quarta C è situata sul piano rialzato dell’edificio, dalla parte della scarpata che corre verso l’autostrada e verso il fiume, che scende da Castello. Tra i venticinque alunni, vivaci e spiritosi, che compongono la classe, vi è Giovanni, un ragazzino sempre sorridente e pronto a farsi interrogare. Longilineo e ben fatto, ha il visetto tondo ed i capelli nerissimi, come quelli della mamma, una giovane ed energica signora di via Mercanti, che campa arrangiandosi col contrabbando e la gestione di un forno per pizze da asporto. Anche stamani, come tutte le mattine, Giovanni è stato uno dei primi ad entrare in classe. Seduto alla destra di Claretta, la sua compagna e vicina di casa, sta seguendo con interesse la lezione dell’insegnante sui verbi irregolari:
- Si chiamano irregolari quei verbi che cambiano radice durante la loro coniugazione. Vi ricordate tutti come si ottiene la radice di un verbo?- chiede alla classe la docente.
- Siii – rispondono tutti in coro.
- Proviamo. Giovanni, quale è la radice del verbo amare?-
- La radice è …- iniziò Giovanni, ma aveva difficoltà a parlare. Rosso in viso e gli occhi lucidi, doveva avere un febbrone da cavallo. L’insegnante gli toccò la fronte e non si sbagliava, il bambino stava male e doveva mettersi a letto. Rapidamente, la docente si portò nel corrodoio e chiamò al telefono la madre.
- Pronto, qui è la scuola, parlo con la mamma di Giovanni?-
- Si, si, dicite!- rispose la donna all’altro capo del filo.
- Signora, sono Rosa Liguorini, la maestra di suo figlio, volevo avvertirvi che Giovanni non sta bene, sarebbe opportuno che veniste a scuola a prenderlo…-
- Va bene, ora mi vesto e vengo!- tagliò corto la donna, chiudendo la comunicazione.
La classe riprese il suo normale ritmo, mentre Giovanni attendeva la madre con la testa sul banco. Ad un tratto si sentì bussare:
- E’ permesso, posso entrare? – mormorò la mamma del malatino, aprendo la porta ed affacciandosi nell’aula.
- Buongiorno maestra- continuò dirigendosi verso il banco del figlio.
- Buongiorno signora- rispose la maestra, mentre i bambini, educatamente, si alzarono in piedi.
La signora Filomena si chinò, poggiò le labbra sulla fronte del figlio, mentre l’insegnante le diceva che era preferibile mettere a letto il bambino, poi, gli ravviò i capelli e tagliò corto:
- Noo, ‘nu tene niente! Può benissimo rimane’ ‘ndà scòle! – rivolta, poi, alla maestra – Arrivederci e grazie!-
La docente non riuscì a profferir parola e rimase ferma, vicino al banco di Giovanni, con la bocca aperta e gli occhi increduli, mentre la donna lasciava l’aula, richiu-dendo, rapidamente, la porta alle sue spalle.
Intanto, quei giorni di marzo furono micidiali per i ragazzi, che si ammalarono uno dopo l’altro, finché il tempo non si stabilizzò ed aprile incominciò a portare il sole ed il profumo della primavera. Quando oramai tutto sembrava passato, ecco che anche Enzo, un bel ragazzetto dai capelli rossi, si ammala. La maestra, come aveva già fatto per Giovanni ed altri, telefonò a casa sua, perché mettessero a letto il bambino, che presentava i sintomi ben noti dell’influenza.
- Pronto, signora, lei è la mamma di Enzo?-
- Si, dicite, dicite!-
- Signora, sono la sua maestra, volevo dirvi che vostro figlio non sta bene, ha la febbre e deve essere messo a letto..- L’insegnante mostrava nella voce tutta la preoccupazione che suscita la malattia di un bambino.
- Maestra mia, mo’ non posso proprio venire, so’ occupata!-
- Ma il bambino sta male e non riesce a stare in classe! La febbre è alta, è meglio metterlo a letto!- replicò la donna, con voce accorata.
- Signo’, parliamoci chiaro, pure si sta c’a lengua per terra, pure si sta murènne, non mi chiamate ! Buongiorno!-
La comunicazione, all’altra parte del filo, fu interrotta e la maestra rimase esterrefatta, con la cornetta in mano.
Franco Pastore